Guarda un pò cos’è successo rileggendo un intervista di 10 anni fa!

Mi è capitato di leggere la recensione che Rockit ha fatto al nostro ultimo singolo “Ti prenderò per mano”. L’autore lo descrive come una hit da classifica chiosando su quanto questa leggerezza sia comunque un aspetto negativo. Aggiunge un paio di note sulla non-innovazione del brano e sulla assente capacità di sperimentare. Al netto del “giudizio” io concordo molto sulla sua analisi, ritengo che la “novità” sia la cosa più vecchia del mondo e che sia imortante scrivere bella musica e non musica d’avanguardia.

Eppure quel brano è il risultato di anni di ricerca e sperimentazione, di ascolti e registrazioni, di provini e demo buttati via;  così giusto per rincuorarmi sulla spinta avanguardistica che un autore “dovrebbe avere” sono andato a ripescarmi un’intervista fatta più di 10 anni fa su un progetto di metal estremo a cui mi sono dedicato per quasi 4 anni.

Olre ad una rassicurante dose di “avanguardia” e “sperimentazione” ci ho ritrovato i miei compagni di viaggio, la mia ex fidanzata (oggi diventata mia moglie) e pure una citazione del buon vecchio Gaber. Ma una cosa su tutte mi ha colpito: ancora oggi condivido (e sottoscrivo) tutto quello che ho dichiarato allora!

Nonnomatteo.

Necron
(Hellvis – Luglio 2003)

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Torino è una città inquietante. Soprattutto nelle fredde mattine invernali, quando passeggi tra le vie silenziose ovattate dalla nebbia. E’ difficile non sentirsi sgomento mentre i palazzi liberty ti osservano dalle grandi finestre cieche, o quando i portoni barocchi sembrano grandi bocche pronte ad ingoiarti. C’è da perdersi lungo le strade squadrate, ricche di una geometria quasi cabalistica: ogni angolo è pronto a rivelare i suoi segreti muri d’edera o vecchi parchi dimenticati. Torino è morbosa, strisciante e folle. Che la conosci o no, prima a poi ti rivela il suo cuore nero.
La musica dei Necron, progetto di Matteo Rignanese, è la colonna sonora ideale di queste sensazioni. Freddezza, follia e disillusione sono i tratti distintivi della sua musica. Torino è la sua città. L’opportunamente chiamato “ice metal” è un ibrido di elettronica e metal estremo, contaminato da influenze new wave e psichedelia (nel senso più sixties). Autore di tre demo e un promo, Matteo si dimostra un interlocutore disponibile.


Raccontaci un po’ di te e del tuo background musicale.
Bella domanda, potrei rispondere in 20 pagine! Capitolo 1 (sto scherzando)…
Riassumendo potrei affermare che ho trovato nella musica, da quando avevo 12 anni, la fuga dalla mediocrità che percepivo… ed ad essere sincero non me la sento oggi di definire mediocrità i gusti della gente che ci circonda in fondo. Ognuno sceglie il modo di realizzarsi che preferisce. Bene, io ho sempre ricercato il distacco, sono sempre riuscito a frequentare la gente in piccole dosi.
Il primo album che ho comprato è stato “Killers” degli Iron Maiden, ma prima avevo registrato l’impossibile su cassetta. Infatti il mio primo amore sono stati i Pink Floyd (sono ancora convinto che “The Wall” sia l’album più interessante che abbia mai ascoltato). Durante l’adolescenza non ascoltavo niente che non avesse un muro di chitarre distorte; sceglievo i dischi da registrare con un ascolto di 3 secondi a caso su una delle tracce. Col tempo sono diventato meno intransigente.
Oggi distinguo solo due generi di musica, quella buona e quella cattiva (ovviamente un giudizio soggettivo). Ho adorato tantissimo i King Crimson, i Voivod, i Celtic Frost e i Sabbat. dopo di che ho smesso di ascoltare metal dai 18 ai 24 anni. Oggi mi entusiasmo moltissimo ad ascoltare Vinicio Capossela ed i 24 Grana. Devo riconoscere che mi hanno influenzato tantissimo anche J. M. Jarre ed Andreas Vollenweider.

La tua evoluzione musicale è figlia di previste scelte artistiche o è stata principalmente influenzata dalle opinioni dei critici e degli ascoltatori?
La mia evoluzione musicale è un’odissea vera e propria: da quando ho iniziato a suonare la chitarra ho suonato l’impossibile. Il nucleo della mia formazione è composto tuttora da mio fratello ed un nostro amico (ciao Dino). Ogni anno cambiavamo nome e genere della band. Già da piccoli preferivamo comporre brani originali che fare cover (abbiamo realizzato una quindicina di demo!!)
Ma parliamo di Necron.
Qualche anno fa ascolto per caso un disco di metal che era appena uscito (non ascoltavo metal da anni ormai). Sai cos’è una folgorazione, un impeto che ti nasce incontrollabile? Bene, il giorno dopo aver ascoltato “Filosofem” di Burzum stavo già registrando il mio primo demo (questo disco infatti ha avuto un ruolo di sprono, ed io sono riuscito a farne una pessima copia sick!). Nell’anno successivo ho registrato gli altri due demo: volevo fare del buon vecchio black ma le recensioni che ricevevo evidenziavano aspetti di avanguardia che non erano nelle mie intenzioni. Bene! ho cominciato a curare questo aspetto un po’ futuristico.
Personalmente non conosco nessuno di persona che ascolta metal estremo, non ho potuto avere quel confronto schietto che ti permette di perfezionarti, se non tramite le zine che hanno recensito il mio lavoro.

Hai definito la tua musica “ice metal”. Spiega ai lettori di Shapeless che cosa intendi con questa definizione.
Ho scelto Ice metal perché l’alternativa per descrivere la mia musica sarebbe stata Avantgard-black-sinfonic-elettro-prog-folk-futuristic-metal, mentre io amo sintetizzare le cose. Quello che mi ha colpito del black non è stata l’estrema violenza d’esecuzione o il senso di misantropia che si respira nei testi, bensì quel senso di distacco, di gelo, la sensazione di non volere comunicare o persuadere, ma di essere e basta: questa è l’eredità che ho voluto raccogliere dal metal.
Le musiche le hai ascoltate, sono veloci ma melodiche (chiariamoci, niente a che vedere col power-speed), violente ma suadenti. La prima cosa che ho fatto è stata ricopiare un disco già fatto, oggi voglio fare un disco che non si è mai sentito prima. Qualcuno ascoltando ‘You, My sin’ mi ha accostato agli Opeth, ma personalmente non ho trovato molti punti in comune (infatti, non ce ne sono, il paragone è inopportuno e fuorviante… – nd Hellvis). Comunque non ho mai scritto dei testi black, ergo ho subito avuto il bisogno di distaccarmi dal filone.

Qual è la poetica musicale dei Necron? Che concept si nasconde nel rapporto testo/musica della tua band? Come mai contrapponi ad una musica così fredda e sintetica dei testi così rassegnatamente passionali e umani?
Do molto valore ai testi. Tu li hai letti e avrai notato che non riesco a scrivere di “fantasia”, ma riesco a descrivere solo quello che provo, che fondamentalmente è sempre pervaso da un senso di distacco da ciò che mi circonda. Li scrivo in italiano e quello che si ascolta è una metricizzazione in inglese. Sul disco saranno presenti sia il testo originale che la traduzione.
Non ho un credere mistico o trascendente, sono molto razionale e non credo in nulla che non sia approssimabile con una legge scentifico-matematica (studio ingegneria a Torino, anche se sono originario della Puglia). Inoltre non ho la pretesa di capire (e descrivere) gli altri, quindi scrivo soltanto di sensazioni personali.

Necron rimarrà sempre una one-man-band o pensi che in futuro cercherai dei collaboratori?
Ti dirò, l’idea di mettere su una band mi frulla sempre nella testa, ma questo è un momento di transizione per me (sto terminando i miei studi e francamente non so dove sarò tra un anno).

Sono anni ormai che l’elettronica è entrata nel mondo del metal. Pensi che essa consenta ancora nuove sperimentazioni musicali? O è da considerarsi semplicemente un modo efficace per aumentare le proprie possibilità espressive?
L’elettronica è uno strumento nelle mani del musicista. Sono le idee che contano in un lavoro e che lo rendono immortale (pensa un po’ a band come Depeche Mode, Clock DVA o artisti come Jarre, Vangelis).
Certo che se qualcuno usa uno strumento solo perché è lì a portata di mano o perché riesce a colmare un vuoto del suo lavoro, e non ha le intenzioni di sviluppare un’idea, questi è destinato a scomparire, o a non essere tenuto in considerazione. Quando ascolto un disco ci metto molta attenzione, voglio capire cosa mi viene detto e come; gli artisti sanno comunicare cose in maniera speciale.

La musica è il tuo interesse principale nella vita? O hai anche altre attività e grilli per la testa?
La musica è la mia passione più grande, dopo l’amore che provo per la mia Maria, mi sto laureando in Ingegneria Gestionale con una tesi sul mercato discografico, ed il mio obiettivo è quello di diventare un produttore discografico. Mi piace comunque tantissimo giocare a scacchi.

Se c’è qualcosa che ti va di dire ai lettori di Shapeless, questo è il momento giusto per farlo!
Non mi piace essere retorico. Comunque credo che la cosa più importante nella vita sia quella di ‘partecipare’; la libertà non è poter fare quello che si vuole, o poter stare dove si ha voglia: la libertà è partecipare. Con lo scontro magari, o con la propria opinione. Prendete sempre una posizione ed una decisione, perché altrimenti saranno gli altri a decidere per voi.
Sì, non mi piace essere retorico :-), andate sul sito e scaricatevi gratis tutti i miei demo.
Ti ringrazio Hellvis per questa opportunità che mi hai dato. E ringrazio tutti i lettori di Shapeless Zine per l’attenzione.

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2 pensieri su “Guarda un pò cos’è successo rileggendo un intervista di 10 anni fa!

  1. ciao ho trovato questo articolo sul blog di beppe grillo, a torino ci stanno un sacco di gruppi, ci sono ancora i dottor livingstons?
    ciao
    tito

  2. Le ultime notizie che ho dui dottor livingstone sono relative ad un album pubblicato nel 2003 ed un concerto al salone del libro nel 2006… per il resto non so dirti se sono ancora in attivià.
    Sul blog di Grillo? davvro strano, puoi segnalarmi il link?

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