Quattro chiacchiere

Family portraitDomenica 26 Febbraio 2012 12:14

La figlia del dottore ha scelto il brano “Ma che freddo fa” di Nada per anticipare l’uscita in primavera dell’album d’esordio. Il primo singolo della band torinese è disponibile su iTunes dal 20 gennaio. Abbiamo incontrato il trio guidato da Matteo Rignanese (voce e chitarra) per soddisfare alcune nostre curiosità.


Come è nata l’idea di lavorare su un repertorio precostituito di classici della canzone italiana?

Dave: Sinceramente non lo so. La storia che si racconta in giro è vera: io sono andato a un colloquio di lavoro e mi hanno “assunto” nella band.

Pino: L’idea deriva molto semplicemente dall’avere a che fare con opere d’arte capaci di superare ogni barriera stilistica. Ricordo il primo giorno in sala: ci siamo studiati, stili diversi e soprattutto approcci non omogenei. L’unico modo per far suonare insieme un metallaro, un cantore di musica popolare e un amante del rock degli anni ’70 era ricorrere a Caterina Caselli e poi a Battisti e Celentano. Da lì un susseguirsi creativo quasi isterico: EUREKA! Ci è bastata una prova per capire che dovevamo continuare insieme. Oggi usciamo da lavoro e andiamo dritti in sala con ancora la giacca e la cravatta e con i pensieri che magicamente scompaiono per dar posto esclusivo alla musica.

Quali considerazioni ci sono alla base della scelta dei brani da interpretare? La selezione è stata influenzata dal gusto personale o risponde a valutazioni più profonde, magari legate alla maggiore vendibilità di alcune canzoni rispetto ad altre?

Pino: Contrariamente a quanto si può pensare diamo molta più importanza alla resa del brano in termini di emozioni sonore, evocative, più che al brano in sé.

Sappiamo che il nostro arbitro è chi ascolta e ci interessa che possa dire: “però, che bella canzone”.

Noi siamo “un gruppo d’amore”, un po’ come gli eroi della nostra infanzia vogliamo “spezzare il male e rendere la vita più bella”.

Dave: Ragazzi dovreste venire in sala prove per sentire con le vostre orecchie come vengono fuori i pezzi: io mi siedo, accordo la batteria e lancio un groove semplice (a volte banale), Matte e Pino mi guardano, abbozzano due accordi e Matte parte con “I want to break free” e chiude con il ritornello di “non ho l’età”.

Quanto le vostre esperienze precedenti hanno influenzato il sound che caratterizza oggi La figlia del dottore?

Dave: Io sono nato nella banda di paese suonando il clarinetto, ho studiato all’accademia di musica moderna di Milano di Franco Rosso, ho suonato blues con un’allieva di Elisabeth Howard, mi sono fatto le ossa col rock degli anni ’70 (Deep Purple e Thin Lyzzy) e la mia ultima esperienza è stata in una band tributo ai Pooh (poi c’è stato quel maledetto colloquio di lavoro – ride).

Tutto questo per dire che nella Figlia del dottore potete ascoltare un groove molto semplice arricchito da “colori” che non sono nient’altro che declinazioni di diversi stili musicali.

Matteo: io ho cercato di dimenticare tutto quello che ho suonato e ascoltato nella mia vita; i miei riff potrebbe suonarli un ragazzo che ha preso la chitarra da meno di un mese.

Quali sono i brani dell’album che in fase di registrazione hanno comportato maggiori difficoltà?

– Dave: Non ce n’è uno in particolare. La difficoltà maggiore è tenere Matteo un po’ a freno: spazia senza ritegno dalla lirica all’heavy metal (una sua libera interpretazione del “Nessun dorma” da qualche parte l’abbiamo registrata).

– Pino: I brani sono tutti molto semplici da eseguire, tuttavia abbiamo dovuto lavorare parecchio per raggiungere gli standard che ci ha imposto la casa discografica. Gabriele (il nostro Brian Eno) è un perfezionista, ci ha fatto ripetere le registrazioni di tutto il disco per ben tre volte. Per lui ogni imperfezione deve essere eliminata. Anche se ci fa penare, ne siamo felici.

Siamo in un negozio di dischi: consigliate ai vostri fan un album da acquistare assolutamente. Non si accettano pietre miliari, solo lavori poco conosciuti usciti negli ultimi anni.

Dave: Gli EchO; l’album si chiama “Devoid of illusions”. Potessi avere io un sound di batteria così.

Matteo: “Io” di Marco Notari, un cantautore capace di mischiare poesia e sperimentazioni sonore. L’ho apprezzato molto.

Pino: “Moon safari” degli Air. Non è recentissimo ma lo ricomprerei oggi stesso.

A cura di Matteo Totaroredazione@ildiariomontanaro.it

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